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Percorsi sostenibili
1746 – Genova si ribella

1746 – Genova si ribella

Questo itinerario vuole percorrere i luoghi più significativi della rivolta del popolo genovese contro l’occupante austro piemontese dal 5 al 10 dicembre 1746 durante la guerra di successione d’Austria. Si procederà per stazioni narrando i fatti avvenuti nei luoghi visitati. Le informazioni inserite sono state ricavate da:

1. Il sito di A Compagna http://www.acompagna.org associazione dei Genovesi amanti di Genova e della loro antica terra, gelosi delle antiche glorie, delle bellezze, delle tradizioni, della lingua e dei costumi della loro gente, al di fuori e al di sopra di ogni fede politica e religiosa.

2. Il Compendio della storia di Genova per uso della gioventù – Di Lorenzo Foresti pubblicato a Genova nel 1857 da Luigi Beuf Libraio del quale abbiamo mantenuto la forma ottocentesca della narrazione animata da un fervore risorgimentale.

Partiamo da Piazza De Ferrari, cuore della città, leggendo prima l’introduzione agli eventi: Morto Carlo VI nel 1740, sua figlia Maria Teresa dava per certa la sua successione ritenendo che la «legge salica», la quale vietava alle donne la successione al trono d’Austria, fosse stata abolita dal padre. Di diverso avviso erano Prussia, Francia e Spagna che la ritenevano ancora vigente: infatti venne eletto imperatore il duca di Baviera che prese il nome di Carlo VII. Genova cercò di restare fuori dalla contesa. Ma il suo tentativo fallì per l’antica rivalità con i Savoia; questi ultimi, in compenso degli aiuti che avrebbero prestato all’Austria, ebbero da Maria Teresa la promessa della cessione di diverse terre tra cui il marchesato di Finale acquistato dai Genovesi da Carlo VI per una rilevante somma. «Una sottigliezza formale è che Genova entra in guerra contro il Piemonte, non contro l’Austria…» scrive Teofilo Ossian De Negri. Ai Genovesi non rimase che allearsi con gli spagnoli e i francesi, attirandosi le ire degli austriaci. E mentre all’inizio della guerra pareva che le sorti fossero propizie agli alleati genovesi, più tardi la situazione si invertì e Genova rimase da sola alle prese contro il nemico. Gli Austriaci sotto il comando del generale Brown superata la Bocchetta scesero a Campomorone e il 4 settembre 1746 entrarono in San Pier d’Arena. Il giorno 6 settembre il Senato si arrende (vediamo nella stazione 1 le condizioni della resa).

Stazioni:

1. Poggio della Giovine Italia già Spianata della Cava

Il giorno sei settembre giunge da Novi a Sampierdarena il generalissimo Botta Adorno. A lui il Senato mandava Agostino Lomellini e Marcello Durazzo, implorando pietà, e supplicandolo di proteggere una città alla quale la sua famiglia apparteneva, poiché era scritta nel libro d’oro della nobiltà. Botta, rispondeva invece con aspre parole: che considerava Genova come nemica, e da nemica l’avrebbe trattata. Poi consegnò un foglio nel quale domandava: 1. che si consegnassero le porte alle truppe dell’imperatrice 2. che la guarnigione rimanesse prigioniera di guerra 3. che si dessero in sue mani tutte le artiglierie, le armi e le munizioni sia da guerra che da bocca 4. che il doge con sei senatori andasse, entro lo spazio d’un mese, a Vienna per implorare la clemenza sovrana 5. che la Repubblica sborsasse subito centocinquantamila genovine da dispensarsi ai soldati a titolo di rinfresco, oltre la contribuzione di guerra, circa la quale Genova dovesse intendersi col commissario imperiale Cotek. Chiedeva altre cose ancora, ed accordava tempo ventiquattr’ore per rispondere. Il doge Gian Francesco Brignole ricevuti i deputati, convocò i Collegi: questi adunarono un consiglio di guerra degli ufficiali, generali, brigadieri, colonnelli, i quali opinarono, che la città che aveva pochi soldati non poteva difendersi: che non vi erano vettovaglie e che sperare di resistere era piuttosto stoltezza che temerarietà. I senatori cedettero quindi alla forza della necessità e firmarono la resa che fu rimandata al Botta. E pensare che proprio quel giorno piovve talmente tanto sull’Appennino che si ingrossò il Polcevera il quale investì gli alloggiamenti che gli Austriaci avevano sistemato nell’alveo, di solito asciutto. Un migliaio di soldati perirono; molte masserizie, armi e cavalli furono travolti; la confusione era grande: cosicché se il Senato avesse resistito, con molta probabilità, le bande paesane, le schiere di regolari e le milizie cittadine, potevano aver la meglio sull’esercito austriaco. Si dice che i Polceveraschi volevano dare addosso all’esercito austriaco in difficoltà, ma il governo, negando loro le armi, non solo li bloccò, ma volle che prestassero i soccorsi a coloro che più volentieri avrebbero ammazzato. I nobili volevano così ingraziarsi il Botta ma vediamo ora come non vi riuscirono affatto. Gli austriaci occuparono il giorno sette le porte della Lanterna e di S. Tommaso; ed ecco che l’8 settembre il commissario imperiale Cotek annunzia, che la sua clemente e buona sovrana si accontentava di una contribuzione di tre milioni di genovine, uno da pagarsi in quarantott’ore, l’altro dopo otto giorni ed il terzo dopo quindici, intimando che se non avessero pagato la città sarebbe stata saccheggiata e messa a ferro e fuoco. Impossibile descrivere la sorpresa del Senato per la somma esorbitante, il terrore per le minacce, e lo sdegno per la risposta del Botta, che ad una delegazione a lui inviata che protestava lo stremo a cui quel pagamento avrebbe condotto i Genovesi, rispose: che ben gli restavano gli occhi per piangere. Tanto per rendersi conto cosa significava 3 milioni di genovine d’oro basti pensare che ci volevano alcuni anni di entrate erariali della Repubblica per ricostituirle. Perché il Botta ce l’aveva tanto con i genovesi? Lui era in effetti legato in parentela con molte famiglie nobili della città, ma aveva della ruggine nei confronti di questa. Infatti avendo suo padre, nel 1689 fatta una scorreria su quel di Ovada, era stato dalla Repubblica condannato a morte, gli erano stati confiscati i suoi beni e, distrutta la casa, ed era stata messa una taglia sulla sua testa; desiderio di vendetta quindi ma anche cupidigia dell’oro genovese. Incomincia quindi un periodo di lacrime e sangue per la città. Molti nobili l’abbandonano per recarsi al sicuro nelle loro ville di campagna. Il popolo che è legato alla nobiltà perché gli da lavoro, riceve la carità, o da questa è difeso, soffre. Aumenta la disoccupazione, cresce il disagio. Fra settembre e ottobre cresce quindi la rabbia popolare e nasce qualche tentazione eversiva. Nel frattempo che queste cose accadevano a Genova, il duca di Savoia occupava la Riviera di ponente e dopo essersi impossessato di Ventimiglia e Villafranca, occupava Nizza. Voleva quindi andar subito ad assalire la sponda destra del Var per impadronirsi della Provenza, ma avendo le artiglierie impedite dalle strade rese difficili dalle piogge, pensò di avvalersi di quelle di Genova, così scrisse subito al Botta affinchè gliele mandasse per mare. Questi, visitati i cannoni ed i mortai ch’erano nell’arsenale e sulle mura, scelse i più opportuni, ordinando che fossero trasportati alla Lanterna per esser quivi imbarcati. Qui sulle mura della Cava oggi Poggio della Giovine Italia stava il mortaio Santa Caterina, un grosso obice che faceva il caso del Botta. Il 5 dicembre venne preso e trasportato per le vie della città con l’intento di portarlo all’imbarco presso la Lanterna.

2. Portoria – Via 5 dicembre (5/12/1746)

Era il tramonto quando un drappello di soldati austriaci trascinava per la via di Portoria il mortaio «Santa Caterina» prelevato alla Cava dalle alture di Carignano. Ad un certo punto la strada sprofondò sotto il peso del mortaio. I soldati chiesero in malo modo un aiuto alla gente del posto e quando un ufficiale alzò il bastone contro un uomo per farsi ubbidire, finalmente il popolo perdette la pazienza. E quando, gridando «Che l’inse?» (ovvero «che la incominci?»), un ragazzo, lanciò il primo sasso, una pioggia di altri sassi venne scagliata sugli invasori austro piemontesi che furono costretti ad abbandonare il mortaio e a darsi alla fuga. In Portoria intorno al conquistato mortaio la plebe faceva le baldorie; i fanciulli schernendo salivano sopra all’affondata macchina. In questo mezzo alcuni dei più influenti tra quella folla, si fecero intendere che bisognava del tutto cacciare gli Austriaci da Genova. Ormai era buio. La proposta fu accolta con grandissimi applausi, si mossero, gridando: a palazzo, a palazzo, a prender le armi. Viva Maria. Si avviarono quindi verso Palazzo Ducale. Prima abbiamo detto un ragazzo, senza nominare il nome Balilla. Un punto molto controverso infatti è l’identità personale dell’ardito monello che generosamente diede il segnale dell’insurrezione. Poiché nessuna narrazione storica e poetica contemporanea e nessun documento dà il nome del fanciullo di Portoria (anzi per lo più ne è taciuto anche il gesto) si è arrivati a sostenere che si tratti di pura leggenda. Ma la sua esistenza non può essere messa in dubbio: un dispaccio del veneziano Cavalli al suo governo in data 23 gennaio 1747 (quindi a poco più di un mese dall’avvenimento) parla di un manifesto del «nuovo governo» contenente la frase: «la prima mano onde il grande incendio si accese, fu quella di un picciol ragazzo, quel dié di piglio ad un sasso e lanciollo contro un ufficiale tedesco». Il nome Balilla compare un secolo dopo, in pieno Risorgimento. Nel 1845 viene identificato il ragazzo iniziatore della rivolta in G.B. Perasso detto Balilla. Solo in questo momento c’è bisogno di inventare un eroe in carne ed ossa. Infatti nel 1847, quando riprende dopo che si era interrotta con la Rivoluzione Francese l’usanza di recarsi al santuario di Oregina per ringraziare la Madonna per la vittoria contro gli austriaci, si trasforma la manifestazione in un grande evento risorgimentale e viene per la prima volta cantato l’inno di Mameli, chiamato allora Canto degli Italiani che in una strofa dice “i bimbi d’Italia si chiaman Balilla”. Il monumento è stato donato alla città dai torinesi ed è costruito con il bronzo fuso dei cannoni austriaci conquistati nel 1859 con la seconda guerra d’indipendenza. Come disse il Donaver il monumento di Portoria anziché un eroe rappresenta «l’ardire generoso d’un popolo che, giunto al colmo dell’oppressione, spezza le sue catene e si rivendica la libertà». Federico Donaver, storico genovese di fine 800.

3. Palazzo Ducale – Piazza Matteotti (5/12/1746)

Al grido di Viva Maria. La folla, come la palla di neve che rotolando per i fianchi delle Alpi diventa valanga, tra via ad ogni momento si ingrossava. Erano per la massima parte tavernieri, spazzini, pescivendoli, ciabattini, fognai, facchini da carbone e da vino, marmaglia, come la chiamano, ma che aveva sangue caldo nelle vene ed era bramosa di versarlo per cacciare gli oppressori della sua patria. Giunta la tumultuosa turba innanzi al palagio, proruppe in più tempestosi gridi; armi, armi, chiedendo. I collegi, che in quel’ora erano radunati a consiglio, udendo lo schiamazzo e visto il tramestio da sgomento e da terrore furon compresi. Fecero chiudere le porte del palazzo, raddoppiarono le guardie con ordine di contenere la invadente onda del popolo, mandarono poscia due senatori, perchè ragionando coi capi della moltitudine ne intendessero i desideri e cercassero di persuaderla a disciogliere quell’attruppamento. I capi, entrati dentro il cortile del palazzo, risposero agli inviati del senato; che si dessero le armi perchè il popolo voleva mandar via gli Austriaci. Invano i senatori cercarono di stornarli dal fiero proposito rappresentando i furori di Botta ed il pericolo che la città fosse mandata a sacco dai Tedeschi; i popolani, facendo eco alle grida del popolo che fuori seguitava a tempestare, ripetevano che volevan ferri e non parole. Avuta una ripulsa, ritornarono ai compagni. Intanto l’agitazione si diramava in città; i popolani del sobborgo di Prè udite le novelle, accorsero anch’ essi in folla sotto al palazzo ad unirsi ai loro confratelli. Nell’istesso tempo le campane di San Donato e delle chiese circonvicine suonavano a martello. Una schiera di soldati della Repubblica che movendosi per ordine del governo dalla stazione del Ponte Reale volle provarsi a rompere la folla, dovè, per non capitar male, tornarsene indietro. Così se ne stette tutta quella moltitudine sotto a palazzo schiamazzando fino alle cinque ore della notte; poi l’ora inoltrata ed una pioggia dirotta costrinse ciascuno ad andarsene alle proprie case. Si sciolsero promettendosi e giurando di trovarsi insieme all’alba del giorno per eseguire ad ogni modo il proposito di aver le armi e di dare addosso ai Tedeschi.

4. Piazza Fossatello (6/12/1746)

Il giorno dopo il Senato, decide di mandare a Botta a scusare i moti occorsi, ed a pregarlo che lasciasse stare per allora il mortaio in Portoria, affinchè il popolo, irritato e tumultuante come era, vedendo i soldati austriaci non avesse a trascorrere in qualche maggiore eccesso. Vi andò Niccolò Giovio. Botta rispose con la solita arroganza: che il popolaccio non gli faceva paura, e che nel giorno stesso avrebbe mandato una mano di soldati a levare il mortaio di Portoria. Inviò infatti al periglioso ufficio una compagnia di guastatori scortati da cento granatieri: entrarono con la baionetta in canna per la porta di San Tommaso; si avviarono per la contrada di Prè, giunsero in Fossatello. Quivi gli aspettava una turba di popolani. Cominciò un tirar di sassate peggio di quelle di Portoria; dalle finestre la grandine non era minore; i soldati se ne tornarono più che di passo agli alloggiamenti di San Tommaso. Sotto il palazzo la moltitudine che a chieder armi era convenuta, visto che i padri eran sordi e le guardie numerose, cercarono per altra via di ottenere l’intento. Era la stagione cattiva; pioveva un’acquarella fina e continua, ma non vi badavano. Si sparsero a gruppi per le contrade; quanti soldati incontrarono tanti ne disarmarono. Corsero ai diversi posti della città e fecero lo stesso; nelle case ove credevano che potessero esser armi se non erano lasciati entrar per amore si cacciavano per forza; tutte le botteghe degli armaiuoli furon svaligiate; ovunque presero le armi il resto non toccarono.

5. Piazza dell’Annunziata (6/12/1746)

Avute le armi, si avviarono in fretta per la contrada di Prè e per via Balbi verso la porta di San Tommaso, alla di cui custodia stavano i granatieri dei reggimenti austriaci Piccolomini e Andreassi. I soldati, vista venire quella massa di gente disperata e sentendo le fucilate che traeva, chiusero le porte; poi ne usci fuora una banda di cavalieri, i quali caricando con le sciabole sguainate per la contrada dell’Acquaverde che seguita con via Balbi, si impadronirono di un piccolo cannone trascinato avanti da una turba di ragazzi con l’intenzione di sfondar la porta. Avuto quel primo vantaggio i cavalieri, più per impaurire che per combattere, si avanzarono tempestando e cacciandosi innanzi i popolani, che non ressero, giù per via Balbi; ma sopravvenuti sulla piazza dell’Annunziata, ove era una festa di popolo, gli Austriaci furono salutati da una grandine cosi fitta di fucilate, che perduti due cavalli ed un soldato, se ne ritornarono, senza aspettar altro, indietro. Cosi trascorse quella seconda giornata della insurrezione genovese.

6. Via Balbi – Facoltà di Lettere

Il Q.G. dell’insurrezione si stabiliva nel Collegio dei Gesuiti di Via Balbi. Oggi Facoltà di Lettere.

7. Porta di San Tommaso – Via Fanti d’Italia (da 7 al 10/12/1746)

In questo teatro si combattono gli ultimi giorni dell’insurrezione. Da un lato gli insorti impossessatesi di artiglierie dalle alture di Montegalletto e Pietraminuta colpiscono gli austriaci i quali rispondono al fuoco dalle alture prospicienti nel mentre tengono saldamente la porta di San Tommaso ed il campanile della Commenda. Ci sono dei momenti di tregua nei quali sembra che il Botta voglia negoziare ma in realtà vuole solo prendere tempo. Infatti ha mandato a chiamare delle truppe che ha nella Riviera di levante. Venne la mattina del giorno dieci. Botta aveva fatto passare in Bisagno settecento Alemanni, e già tentavano di entrare in città per prendere i rivoltosi alle spalle; ma i Bisagnini dieder loro addosso alla coda mentre gli abitanti del borgo di S. Vincenzo li assalivano di fronte, e i popolani impadronitisi della batteria di S. Chiara li fulminavano di sopra, che incominciarono a ritirarsi. Cinquanta di loro riparatisi in un’osteria non volevano cedere alla forza, che d’ogni intorno li premeva, quando un ragazzo di undici anni, soprannominato Pittamuli, fattosi innanzi a tutti disse: lasciate fare a me, e presa con una mano una pistola e nell’altra una fascina accesa corse verso l’osteria, e piantata una palla in petto al primo Tedesco che gli si parò davanti, e poi entrato con altri ragazzi dentro, pose fuoco ai sacconi dei letti per forma, che l’ incendio unito alle archibusate dei sopravvenuti popolani costrinsero quei cinquanta ad arrendersi. Cedettero allora tutti gli altri corpi alemanni che travagliavano la città da quella parte, e fatti prigionieri furono condotti con gran festa in città. Intanto altri cittadini s’erano avviati verso l’Occidental fianco della città, coll’intenzione principalmente di snidare il nemico dalla porta di S. Tommaso, aiutati dalle soldatesche della Repubblica che sforzate o spontanee eransi unite a loro. La Commenda di Pre era stata occupata dai Tedeschi, dal cui campanile fulminavano colle artiglierie: ma i popolani dal vicino arsenale lo batterono si gagliardamente che in poco d’ora diroccò, trascinando seco travi, Tedeschi e campane. Dopo questo trionfo sorse di molti quasi una sola voce: a S. Tommaso, all’altura dei Filippini. Dal quel luogo i Tedeschi scagliavano furiosamente; ma i Genovesi appena giunti colà fecero tal urto e tal fitta di colpi menarono che, cacciatili prima dai Filippini e poi da S. Tommaso, s’impadronirono dell’un luogo e dell’altro. Nel tempo stesso, da Oregina e da S. Rocco, un torrente furioso di altri popolani, armati di punte di ferro, correva a precipizio al basso. Gli Austriaci, temendo di vedersi tolta la ritirata, diedersi a precipitosa fuga verso la Lanterna, gridando agl’inseguitori: Jesus, Jesus, non più fuoco, non più fuoco, siamo tutti cristiani. Molto si era fatto, ma la vittoria non era compiuta: rimaneva a conquistare la posizione di S. Benigno. Collo stesso impeto e successo fu assalito anche quel luogo; e anche di colà cacciati, fuggirono i Tedeschi gridando: Jesus, Jesus, siamo tutti cristiani, non più fuoco. Perduti quei posti importanti, gli Austriaci ad altro non pensarono che a porsi in sicuro fuori della città, ed abbandonarono la porta della Lanterna, che fu subito occupata dai Genovesi. Tutti i popolani fecero uffizio di buoni e valorosi soldati, ma ogn’altro superò un Giovanni Carbone, servitore all’osteria della Croce Bianca. Questo coraggioso che tanto merita d’esser raccomandato alla stima dei posteri; avute in mano le chiavi della porta di S. Tommaso, dalla quale principalmente aveva contribuito a scacciare i Tedeschi, si condusse tuttochè ferito al palazzo, dove erano i Collegi radunati. In questa stazione si consiglia di accedere all’atrio della stazione della metropolitana dove ci sono dei cartelli esplicativi sulle mura e sulla porta di San Tommaso.

8. Porta di San Tommaso

Ma dove si trova oggi la porta di San Tommaso? E’ stata smontata e riposizionata presso la stazione di Genova Principe senza nemmeno un cartello che dica cos’è e che ne ricordi l’importanza. Per un approfondimento sulla porta e sulla sua storia si può fare riferimento al blog C’era una volta Genova http://ceraunavoltagenova.blogspot.com/2018/10/la-porta-di-san-tommaso-ovvero-una.html

9. Commenda di Pre

Merita una sosta per ammirare il campanile che come specificato nella stazione 6 è stato teatro di battaglia con le truppe austriache asserragliate al suo interno.

10. Palazzo Ducale – Piazza Matteotti

Giunto a palazzo, Giovanni Carbone, trovò i Collegi radunati, e presentando le chiavi della Porta di San Tommaso al doge disse queste memorabili parole: Signori, queste sono le chiavi, che loro Signori Serenissimi hanno date ai nostri nemici; procurino in avvenire di meglio custodirle perchè noi col nostro sangue le abbiamo ricuperate. La comune allegrezza pel fortunato avvenimento fu accresciuta, quando si conobbe la poca perdita dei popolani, non essendone morti che dodici e circa trenta feriti. Degli Austriaci rimasero uccisi più di mille e più di quattromila prigionieri. Botta che erasi ritirato nel suo quartiere di Sampierdarena, temendo che anche i Polceveraschi, uditi i casi di Genova, si levassero in armi e lo prendessero alle spalle, s’avviò co’ suoi Tedeschi verso la Bocchetta, donde poi passò in Lombardia.

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