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Partita Doppia, la seconda storia

Partita Doppia, la seconda storia

Introduzione (articolo)

Narni: giapponese se ne va in giro nudo, soccorso da alcuni cacciatori poi “affidato” ai carabinieri
Nudo. Proprio come mamma l’ha fatto. Quando alcuni cacciatori, che stavano attraversando la zona al confine con Umbria e Lazio, nei campi di Guadamello e San Vito, lo hanno visto, hanno stentato a credere ai loro occhi. Ma più si avvicinavano e più i loro dubbi sparivano. Erano circa le 8 di stamattina e quell’uomo se ne andava in giro completamente nudo, infischiandosene della temperatura rigida e di tutto il resto. Quando i cacciatori lo hanno raggiunto per prima cosa hanno visto che si trattava di uno straniero, più esattamente di un giapponese. Hanno provato a chiedergli cosa ci facesse da quelle parti, per giunta nudo, ma questi non spiccicava una parola di italiano. Così gli hanno dato qualche indumento per coprirsi e qualcosa da mangiare. Dopo averlo rifocillato i cacciatori hanno pensato bene di chiamare i carabinieri. Che sono arrivati poco più tardi. I militari, una pattuglia della stazione di Calvi dell’Umbria, a loro volta hanno chiamato un’ambulanza del 118 che è giunta sul posto ed ha trasportato l’uomo all’ospedale di Narni per accertamenti.

 

 

Testo di Marta (i cacciatori)

DSCN8564«Pronto, Lucia? Sono il Sandro, buongiorno… Sì, il Sandro… Quello che ha sposato sua figlia, vent’anni fa… Quello alto, simpatico, che l’altro ieri ha preso ferie per portarla dalla callista… Eh sì, il Sandro… Senta, mi passa la Carla, per favore? … La Carla… mia moglie… sua figlia… Eh sì, la Carla… No, non ne ho presi fagiani, Lucia… No, neanche uno, Lucia, anche se guardi, una bella schioppettata a lei… sì grazie, resto in linea vecchia strega, maledetto il giorno che t’ho presa in casa, tu e quella… Ciao amore! … Sì… No, non piove amore… No, non ne ho presi fagiani, amore… Vorrà dire che mangeremo pollo, amore… Senti, scusa ma ho poco tempo, che sono in caserma, volevo dirti che… Sì, in caserma… In caserma… Vuoi che ti passo l’appuntato così te lo dice lui? No, no, non c’è bisogno grazie, era per dire… Carla, calmati, non mi hanno arrestato! … Carla? … Ho detto che non mi hanno arrestato! … Puoi… puoi parlare più piano, per piacere, senza che lo sappia tua madre e tutto il palazzo? … Ma che pericolo e pericolo, tutte le volte la stessa storia… Guarda che… guarda che quella volta è stato un incidente, credevamo davvero che fosse una lepre… Senti, se non ti va che vado più a caccia il ragù te lo compri nel barattolo… Carla, come te lo devo dire… c’è scritto chiaro e tondo dove ci possiamo appostare e noi ci appostiamo dove ci dicono, io e il Mario… Sì, ero con il Mario… Ma se te l’ho detto ieri sera, mentre ti lavavi i denti… Sì, solo io e il Mario… No, il Giorgio non è venuto, te l’ho detto sempre ieri sera che il Giorgio non viene più ma intanto parlare con te o con un muro… No, non ci viene più a caccia, la moglie non vuole… Senti amore, sono in caserma ti ho detto, non ne possiamo parlare… No, è che… perché è diventata vegana… La moglie del Giorgio… Ve-ga-na… Ma no, cosa dici… I vegani sono quelli che non mangiano le uova… eh, perché le galline son stressate, che stanno strette nelle gabbie, e tutte ammucchiate una sull’altra, e così fanno le uova stressate… e no, non mangiano neanche le galline, i vegani, che son stressate, che me lo ha spiegato il Giorgio, una capa così m’ha fatto, alle galline danno gli ormoni così fanno più uova, e noi mangiamo gli ormoni che stanno nelle galline, perché non è che quando gli tirano il collo gli ormoni fanno puff e vanno via, ti pare, e così son stressate pure da morte, le galline… e lo so che mica andiamo a caccia di galline, noi… Carla, per piacere, che il maresciallo sta interrogando il Mario… ma no, non hanno arrestato il Mario, è per il verbale… che il maresciallo ci ha chiesto se potevamo venire qui, che non ci sta a capir più niente… Senti, ma ti pare il momento di… e no, non le mangia più le bistecche il Giorgio… e no, neanche l’hamburger, e neanche pane e formaggio, che il formaggio viene dalle vacche e pure le vacche son stressate… ah, li volevi invitare a cena? … Stasera? … eh, guarda… il Giorgio mi ha detto… che mangia il tofu… Tofu… To-fu… oh santa polenta Terni, Orvieto, Foligno, Umbria… Che ne so, sarà una cosa che cresce sugli alberi… Ma no, è una cosa un po’ esotica, orientale, come il tizio di stamattina… Il tizio che hanno preso i carabinieri… Ma no, non lo hanno arrestato, almeno, credo di no, ora sta in ospedale… Ma no, non è morto… Carla, calmati, non abbiamo sparato a nessuno ti ho detto! … Eh, che ha fatto, che ha fatto… stava nudo nel bosco… Sì, nudo… Sì, nel bosco… Eh, che faceva, che faceva… come dire… correva… Sì, correva nudo… Sì amore, lo so che c’erano quattro gradi stamattina, infatti ora sta in ospedale, che era mezzo congelato… Eh, il Mario gli ha dato una giacca che aveva in macchina, però sai, quattro gradi… Eh, perché non li hanno trovati, i suoi vestiti, così hanno detto… Eh no, perché non parla italiano, il tizio, è questo che cercavo di dirti… Noi glielo abbiamo chiesto, come si chiama e se ha bisogno di aiuto, ma quello niente, farfugliava cose strane, in giapponese… Carla, ti pare che io parlo giapponese? … Ce lo ha detto il maresciallo, che è giapponese… E cosa ne so io, lo sai che per me quelli son tutti uguali… Eh no, sta interrogando il Mario e poi interroga a me e intanto aspetta che arrivi la signorina da Terni… La signorina che parla giapponese, che il tizio non parla italiano ti ho detto… Così poi il maresciallo va in ospedale con la signorina a capirci qualcosa… Eh… è andata che il Mario si è preso paura e ha chiamato i carabinieri… Che noi ce ne stavamo quatti quatti, ad avvistare i beccaccini, e quello lì ci è spuntato davanti che per poco… I beccaccini, amore… Eh, cosa sono, cosa sono… è il Mario che si è fissato, dice che gli suona bene il nome e ora vuol cacciare solo beccaccini… Cosa ne so io, se si fa il ragù di beccaccino? … E no che non li mangia, il Giorgio, che pure i beccaccini son stressati… Senti, se vuoi proprio invitarli chiamali tu, che io non posso… Il Mario? … Sì, stai tranquilla che invito anche il Mario… Ora però devo andare, che il maresciallo mi sta facendo segno di… ah, è arrivata la signorina apperò la signorina… Come? … Se già che ci sono chiedo alla signorina di chiedere al tizio se il tofu cresce sugli alberi in Giappone? … E come si cucina? … Amore, non so se hai capito… Riepilogo: giapponese, nudo, bosco, otto del mattino, quattro gradi… Amore, fidati, quello aveva una faccia che non saprebbe distinguere un beccaccino da una lattuga… Carla, ti pare il caso di…? Sì… oh Mario, ma che ti hanno chiesto? … Sì amore… Sì, tranquilla che il Mario se la fa restituire, la giacca, amore… Ora però devo andare, amore… Sì, alle sette e mezzo, ho capito… Ora glielo dico, al Mario… niente, poi ti spiego… Come? … Se già che ci sono passo al mercato a comprare il tofu? … Carla… facciamo che ci vai tu e tua madre a… al mercato? … Ecco, brava… E poi, volevo dirti che non ci sono a pranzo, che qui appena usciamo torniamo nel bosco… No Carla, niente fagiani… però se abbiamo un po’ di fortuna torno a casa con un paio di pantaloni giapponesi, fa lo stesso? … così li cucini insieme al tofu… Sì amore… Certo amore, te lo saluto il Mario… A dopo, amore… E i miei ossequi alla signora madre… Ciao».

 

 

Testo di Federica (verbale dei Carabinieri)

 

 Comando Carabinieri Calvi dell’Umbria

VERBALE DI SOMMARIE INFORMAZIONI RESE DA TESTIMONI DEL FATTO

PARTI

Capotosti Mario, nato a Terni il 29/02/1962, residente in Narni, coniugato, commerciante, identificato a mezzo CI rilasciata il 25/03/2011 dal Comune di Narni.

Alunni Sandro, nato a Perugia il 14/09/1960, residente in Narni, coniugato, libero professionista, identificato a mezzo CI rilasciata il 10/10/2012 dal Comune di San Vito.

FATTO

L’anno 2014 addì 24 del mese di settembre in ufficio stazione Carabinieri di Calvi dell’Umbria (TR) , alle ore 10.30.

Davanti a noi sottoscritti Lgt. Ceccarelli Felice e Appuntato De Felice Ferdinando della medesima stazione, sono presenti i signori Capotosti Mario e Alunni Sandro sopra generalizzati, i quali vengono sentiti circa il ritrovamento di un cittadino, si presume, di nazionalità giapponese avvenuto in data odierna verso le ore 8.00 circa.

Il soggetto è stato avvistato questa mattina in località Guadamello dai due testimoni, mentre correva nella campagna completamente spogliato di tutte le vesti, anche quelle intime.

DSCN8565Il Ferdinando l’han messo sotto a scrivere il verbale, non lo invidio. A me tocca stare qui a far da testimone ai testimoni, che palle!

Del resto la mattinata non è iniziata per nulla bene.

Non ci ho mai tenuto a stare di pattuglia e chi ci han messo stamattina?

A me e al Ferdinando sul ciglio della Strada Provinciale, all’altezza del distributore Agip del Giorgio a controllare il traffico e a cercare di stanare i soliti senza cintura, che son rari ormai. La solita noia: il Ferdinando quando attacca a parlare di calcio diventa insopportabile. Palle, palle e palle. Lui e il pallone!

Meno male che almeno il cappuccino ce l’ha offerto quel sant’uomo del Giorgio, che a pensarci meglio tanto santo non è visto che una notte l’abbiamo beccato in macchina dietro a un cespuglio con un’ucràina. Abbiam fatto bene a lasciar correre visto che da quel giorno, ci offre sempre il cappuccino. A me vien da ridere tutte le volte, anche perché non mi sognerei mai di andarlo a raccontare a sua moglie: meglio un intero anno legato a una sedia a far verbali, che cinque minuti con quella donna pallosa, che pare sia diventata venusiana o qualcosa del genere. In fondo lo capisco il Giorgio: non dev’essere una passeggiata ciucciarsi una che fa storie su qualsiasi cosa e che mangia solo semenze e verdura, nemmeno fosse un beccaccino delle nostre parti.

“Sì, innocuo si scrive con la C! Ma sì, come cuoco no?”

Il Ferdinando non ci acchiappa proprio con l’italiano, che palle.

Meno male che poi è arrivata la chiamata dalla Centrale e ha interrotto la levitazione delle palle: sento la Rosi Tuttatette, ogni volta che la vedo mi levita qualcos’altro. Levita o lievita? Boh?

Quella gran gnocc…, quella gran fig…, quella gran zocc…, vabbè … la Rosi, appunto, mi dice di alzare le tende dalla Strada Provinciale e recarmi in località Guadamello.

Stavolta però mi capita di mettere la Tuttatette in agitazione: un vero peccato non averla davanti in carne e carne. Però è strano, quando le chiedo qualche informazione in più, l’unica cosa che balbetta riguarda due cacciatori che hanno beccato un esibizionista straniero dalle parti del bosco di lecci.

Bisogna essere proprio bacati per decidere di fare gli esibizionisti in un bosco. Davanti a chi poi? Ai tordi?

Rinuncio a capire certa gente e comunque la mattinata inizia a promettere un po’ di sano divertimento.

“Il participio passato di percuotere? Percuotuto o percotto, forse, e comunque si scrive con la C come innocuo … Sì, bravo, anche come cuoco.”

Niente, non ci siamo, il Ferdinando dovrebbe prendere lezioni di grammatica.

Anche qualche lezione di silenzio gli ci vorrebbe: quando lo chiamo per andare, è ancora lì davanti al Giorgio a fargli una capa sulla Juve e, con le palle che mi girano, partiamo.

Al bivio che porta a Guadamello, vediamo il Sandro che ci fa segno di fermarci.

Accostiamo ed eccone un altro che balbetta: dice qualcosa circa un orientale che l’han sorpreso a correre nudo nel bosco.

Ora, il Sandro ha il vizio di alzare il bicchiere e lo capisco anche, con quelle due donne pallose che deve ciucciarsi dalla mattina alla sera. Fossi in lui avrei già pensato al pluriomocidio. Qualsiasi giudice stapperebbe con lui una di quelle con le bolle, conoscendo moglie e suocera.

Lascio il Ferdinando in macchina e seguo il Sandro: prendiamo il sentiero che porta al bosco di lecci e intanto quello non la smette di parlare. Che palle anche lui!

Penso che stamattina deve essersi preso il caffè corretto con grappa e glielo sputo dritto in faccia.

Quello mi guarda come se stesse di fronte a un marziano o giù di lì e mi fa il palloso elenco di tutti i problemi e le difficoltà che incontra ogni volta che parte per andare a caccia: che sua moglie gli dà il tormento e la suocera lo tortura. Povero Sandro, sto per consigliargli di seguire le orme del Giorgio con l’ucràina, quando ti vedo una scena tipo quelle di quei telefilm americani che davano una volta … come si chiamavano … “Ai confini della realtà” ecco!

Il Mario in piedi con una tenuta da caccia che nemmeno Filini e Fantozzi nei momenti migliori: pantaloni alla zuava viola a coste, bretelloni neri, camicia di flanella a scacchi rossi e neri, giacca tirolese e scarponcini da trekking con stringhe giallo fosforescenti, ché magari ha paura che i cinghiali non lo vedano nella boscaglia.

Il fucile appoggiato a un leccio e lo sguardo fisso su un’altra figura che noto un attimo dopo.

Un tizio con indosso il piumino viola del Mario e sotto niente, sta seduto su una grossa radice e batte i denti dal freddo e guarda un po’ per terra e un po’ il Mario.

Ha gli occhi a mandorla e la faccia piatta. Io non me ne intendo di orientali: per me son tutti uguali.

Cinesi, coreani, giapponesi, filippini … ah, e pure i mongoli, quelli della Mongolia, per me han tutti la stessa faccia.

Il tizio mi vede e sgrana gli occhi per quanto gli riesce. Si spaventa, inizia a balbettare pure lui in una lingua che non capisco.

Si alza, tutto agitato e ogni due per tre mi fa un inchino.

Il Mario mi guarda e mi dice che il tipo ha fatto lo stesso anche quando ha visto lui e il Sandro.

Mi avvicino e cerco di fargli capire che ci deve seguire e quello per tutta risposta mi ripete una cosa che mi pare suoni come “curosetto, rossetto” … boh?

Mi pento all’istante di aver lasciato il Ferdinando in macchina.

Lo tiriamo su di peso e lo infiliamo sulla volante tra il Mario e il Sandro che guardano nel vuoto tutto il tempo del viaggio fino a qui.

“Dov’è il Sandro? Mi sa che è qui fuori a telefonare. Lo devo andare a chiamare?”

E che palle! Adesso mi ciuccio le sue lamentele su moglie e suocera. Quasi quasi gli passo il telefono dell’ucràina.

 
 
Testo di Giulia (il bosco)

DSCN8574La mia versione dei fatti?

Pensate sia semplice farsi un’opinione mentre lecci e roverelle scricchiolano al vento, mentre le ghiande del cerro chiacchierano sui rami incessantemente, il picchio trivella un tronco da ore e nell’aria è tutto uno svolazzare di tordi? Provateci voi!

La pace dei boschi, stupidi umani, quale pace? Da quando avete preso a frequentarci, poi…

Già ci sono il Mario e il Sandro e quell’altro, il Giorgio, che adesso non viene più per fortuna. Ascoltare i loro discorsi, intendiamoci, è uno spasso. Ma vogliamo parlare delle schioppettate? Inutili, tra l’altro, perché non riuscirebbero a centrare un beccaccino già morto stecchito. Inutili, ma rumorose. Scoppi che rimbalzano da una collina all’altra, palleggiati dalle chiome dei sempreverdi, amplificate da certi tronchi cavi…e poi mi spaventano gli scoiattoli, quei quattro scoiattoli che ancora mi sono rimasti!

Stamattina un vento sottile e fresco mi spettinava gli arbusti, quando sono arrivati loro. Il Mario e il Sandro, in B9. Impossibile non vederli, con quella pelliccia sintetica ridicola che avevano addosso! In A1, al mio limitare, passava la volpe. C’era una nuvola bassa sulla lecceta sud e da F3 a F6 pascolavano i daini. Era uno di quei rari momenti di tranquillità, i due bipedi parlavano appena, temperatura in accordo con la stagione, leggero frusciare d’erba, insomma mi stormiva un unico, ceduo pensiero: ecosistema!

Devo essermi distratto. All’improvviso, come calati da un ramo, come volati giù da chissà dove, due piedi, in B3. Ho interrogato il ghiro guardiano di zona: dormivo, si scusa. Ho valutato da me: animale uomo, senza pelliccia, salvo trascurabile peluria variamente distribuita, età recente. L’erba da B1 a B3, incalpestata, e nessuna orma anche nelle vicinanze. Si muoveva come se tentasse di fuggire da un predatore, ma non c’era nessuno dietro di lui. Scappava senza motivo (tipico della specie, del resto). Per un attimo mi ha fatto pensare ad un passero caduto dal nido, ma non pensiate che mi sia intenerito, stiamo pur sempre parlando di un bipede, futile produttore di anidride carbonica. Solo mi incuriosiva il suo essere spuntato dal nulla come un fungo, il suo guardarsi intorno come un animale appena svegliato dal letargo. Ho deciso di metterlo alla prova: gi per emme uno per emme due diviso erre al quadrato…castagna che cade! Grossa castagna, sganciata dritta sulla sua testa. E da un ramo alto. Ho fatto anche rotolare qualche foglia secca ai suoi piedi con un sospiro di vento e spintonato una civetta che dormiva perché si lamentasse un po’: gli umani si impressionano per questo genere di cose. Ha guardato in alto con due occhi larghi da cerbiatto poi ha fatto un verso strano, mai sentito da queste parti, e ha ripreso a correre ancora più veloce.

Un altro fatto curioso è che non solo non aveva la pelliccia sintetica (cosa che talvolta mi è capitato di vedere, ma in quei casi i bipedi sono sempre in numero di due e si imboscano per questioni legate alla riproduzione della specie), ma non portava con sé il ciarpame. Gli umani quando si spostano portano con sé un sacco di ciarpame. I bipedi migratori estivi, tanto per fare un esempio, sono i più grandi sposta ciarpame che mi vengano in mente. Arrivano con i loro gusci a motore, scendono e incominciano a scaricare ciarpame che poi di norma spostano su un prato: allestiscono le loro cose secondo schemi tipici della specie, che prevedono solitamente un piano rialzato su quattro zampe, al centro dell’accampamento, piano sul quale posano il cibo e attorno al quale posano le terga. Sono i momenti di maggior frastuono, specialmente se nel branco ci sono cuccioli. E la conseguenza più spiacevole di tutta questa faccenda è che il ciarpame, che abbandonano in parte sul luogo, resta lì, più longevo del più vecchio dei miei alberi.

Tornando al bipede spelacchiato di stamattina, lui non trascinava con sé nulla. Questo un po’ me lo ha reso simpatico, ma solo un po’ e per un attimo, che stiamo sempre parlando di umani, buoni a niente, neanche alla fotosintesi.

Per farvela breve, il bipede procedeva spedito in direzione B9, dove c’erano gli altri due, il Mario e il Sandro. Ero proprio curioso di questo incontro, così per anticiparlo ho sollevato un bel venticello frizzante, di quelli che mettono voglia di correre anche agli umani più pigri. E mi sono messo in ascolto.

Lecci, cerri, castagni e roverelle si sono strette a chiudere gli spazi tra le loro chiome, allora ho zittito i venti e chiuso il becco ai beccaccini.

Gli umani che si incontrano sono sempre così buffi. Non scodinzolano, non si annusano, non si toccano quasi. Mettono tra loro un sacco di parole, e suoni, e versi, ma, lasciatemelo dire, non sembrano realmente capire un tubero di niente. E quei tre, stamattina, meno che mai!

Adesso, a ripensarci, un po’ mi pento. Mi sono lasciato intenerire, no, diciamo trasportare dalla curiosità. Mentre avrei dovuto pensare a nutrire la terra. Avrei dovuto sollevare una radice e farlo inciampare, era così intirizzito dal freddo che sarebbe di certo svenuto. E poi morto, stecchito come un vecchio tasso. Allora avrei chiamato a raccolta sarcofagi e calliforidi e tutti gli insetti decomponenti che abitano il sottobosco. Certo la temperatura di questa stagione non aiuta, ma complici le piccole dimensioni del corpo e magari l’intervento di un paio di roditori…

La decomposizione è un processo così rassicurante. Autolisi, scissione degli elementi costitutivi dei tessuti: è il ritorno alla semplicità.

Quanti bei giunchi avrei potuto crescere in primavera!

 

Testo di Andrea (analisi umbra)

DSCN8579Oh dottore, salve, come andiamo?

Bene. Io? No, io no, bene proprio no. Ha letto? Sì, la storia del giapponese nudo, dico.
Io non so come ha fatto, da dove cavolo è uscito… Me ne fossi accorta in tempo, ma no, non ho potuto far niente, solo mettermi la mani nei boschi.
Sarà una cosa da poco per lei! Eh, scusi. Per me è piuttosto grave… Lo so io cosa succederà adesso. Diranno ancora che son piena di matti. Una regione di matti, lo dicono tutti.
No, non sono paranoie dottore, io li sento. Quanto vengono qui, mi passano addosso, si fermano, si guardano intorno. Poi lo dicono. Magari non tutti, ok, ma tanti sì, lo dicono.
Che son piena di matti, cosa sennò?
Che poi lo dicono senza sapere nemmeno bene perché…
Però certe cose non aiutano, lo capirà anche lei, no? Un giapponese nudo, che corre nei boschi alla mattina… Poi ci sta che dicano che son piena di matti.
Che poi io non lo so com’è cominciata.
Sarà che sono diversa da tutte le altre. Sarà questo, non lo so, lei che ne dice? Sarà che son l’unica che se ne sta qui, che non guarda fuori dalla nazione, sarà questo?
Io, Umbria, la più italiana delle regioni. Così italiana che non confino che con l’Italia. Mi ha sempre detto che dovrei esserne fiera, no?
Però questa cosa che tutte le altre si aprono, toccano per terra o per mare altri paesi e io no…
Cioè, le altre ce l’hanno tutte sta cosa, anche quelle meno ovvie ce l’hanno. Che so, l’Abruzzo, la Basilicata o il Molise se sa dov’è… Ecco, se lei va lì vedrà che tutte hanno una direzione che se uno va avanti in quella direzione, se cammina o nuota in quella direzione, prima o poi finisce in un altro paese.
Con me non puoi farlo, con me sola. Sono unica, me l’ha sempre detto anche lei, dottore.
Però secondo me sta cosa di essere unica mi frega, sa?
Sarà che la gente fa spesso ‘sti passaggi logici, magari un po’ inconsci: unica uguale diversa, diversa uguale strana, strana uguale matta.
E così tutti a dire che l’Umbria è piena di matti.
Che poi secondo me c’è anche della gran confusione alla base. Dei malintesi.
Sì, sì, malintesi. Gliene ho mai parlato? No?
Tipo c’avevo questo paese Civitella dei Pazzi… Mica li faccio io i nomi dei paesi. Però, capisce bene che veniva da pensar che lì ci stessero dei pazzi, è ovvio.
E sì, c’erano pure stati, ma non quelli che può pensar lei: c’era la famiglia dei Pazzi, cioè facevano Pazzi proprio di cognome. Che poi non erano nemmeno umbri, a dirla tutta, venivano da Firenze, son quelli della congiura, ha presente? Che gli è pure andata male, la congiura, ma con quel cognome lì, d’altra parte che vai a sperare?
Suona proprio male non trova? Oh, com’è andata la congiura dei Pazzi? Un successo! Non è credibile, dai! No?
Come? Sì, ha ragione, sto divagando, scusi.
Comunque ora il nome lo abbiamo cambiato. Civitella del Lago si chiama adesso. Ce lo abbiamo dovuto fare il lago, mica c’era, ma va be’.
Che poi c’è anche Gubbio… Come che c’entra Gubbio? C’è la fontana dei matti, a Gubbio. Che se ci giri tre volte intorno ti danno la patente di matto. Proprio un foglio con scritto che sei matto, le giuro.
Ma anche lì basterebbe fermarsi a vedere com’è che lo intendono loro il termine “matto”. È sinonimo di libero, indipendente, capisce? Una roba così. Però l’equivoco è facile, lo so. Ho anche pensato di toglierla proprio di mezzo Gubbio. Un bello scrollone e via.
Eh? No, ma dico così per dire. Scherzo.
È che mi fa proprio girar le valli sta cosa che dicono che i miei sono tutti matti.
E se poi non sono matti me li rubano, capito? Diventano star internazionali, conosciuti da tutti, in tutto il mondo e nessuno si ricorda più che son umbri. Con Valentino è andata così.
Eh? Come anche lui è un po’ matto? Che dice?
Le moto?
Ma… Non Valentino Rossi, dottore! Lui è marchigiano! Dicevo San, io! San Valentino! Non ci si metta anche lei, per favore!
E poi vede che ho ragione io, che non lo sa neanche lei che era umbro!
Che poi a me non è che dispiacciano i matti, se devo dirla tutta. C’ho niente in contrario, anzi, mi piacerebbero pure.
Come? No non è nemmeno per l’andare in giro nudi. Mi ha preso per una puritana? No, nemmeno su quello c’ho niente in contrario, che crede?
Quando l’ha fatto Francesco ad esempio io mica ho avuto niente da dire.
Come? Sì, sì San Francesco, dottore. Sì, quello che andava nei boschi e parlava con gli animali. Sì, c’ha preso ‘sta volta. Però era facile. In tutta sincerità, se diceva Totti le tiravo una collina in faccia, glielo confesso.
Che poi anche con Francesco niente, se lo sono fregato! Patrono d’Italia. E va be’, lei dica pure che c’ho le paranoie, le manie di persecuzione… La verità è che quelli buoni me li fregano, ecco tutto.
E quelli che restano qua dicono che son pazzi. E pazienza, mi ci sono un po’ rassegnata, lo sa.
Ma ora che vengano a fare gli scemi pure dal Giappone! Che poi io manco so dove sta il Giappone, magari lì usa, ma stai a casa tua allora no? Cosa vieni a fare il matto da me che poi ci rimetto io!
È che proprio… non me ne sono accorta, capisce? È questo che mi dà fastidio. Ho sentito i piedi nudi che mi correvano sull’erba, piedi non umbri (quelli umbri li riconosco) ma… era già troppo tardi, c’erano già i cacciatori… Gente mia, gente brava, il Mario e il Sandro, mica potevo fare più niente.
Come tanto che potevo fare?
Eh, se me ne accorgevo prima magari… spostavo un po’ un crepaccio, muovevo un po’ il bosco, mi facevo cadere distrattamente un albero…
Eh… non si fa, non si fa! Lei dice che non si fa… Io ogni tanto lo faccio. Sennò sempre qui ferma mi rompo, che cavolo.
E poi mi devo pur difendere in qualche modo, che ce l’hanno tutti con me.
Sì, guardi glielo dico, io ogni tanto qualcuno, se ho paura che mi faccia fare una figura, se me ne accorgo in tempo lo… come posso dire? Neutralizzo?
Che poi è per questo che son venuta da lei, dottore.
Le volevo chiedere, lei che ne sa, anche se mi beccassero… Anche mi accusassero di omicidio… Guardiamoci in faccia, con tutti sti matti che c’ho, l’infermità mentale me la danno, sì?

 

Testo di Dario (il giapponese)

DSCN8587私は日本人です。

Che ha detto?

Che è giapponese.

Guardi, per me fosse stato anche coreano o di Taiwan faceva lo stesso. Traduca.

しかし、私は日本人だ。

Insiste, ribadisce che è giapponese.

Allora ci capisce. Vuole irritarmi?

No, credo che abbia inteso “coreano” oppure “Taiwan”. Traduco comunque?

No, lasci stare. Piuttosto, dove sono i suoi vestiti?

Devo chiedergli: Dove ha lasciato i vestiti?”

Senta, non ci si metta anche lei. Devo darle un ok ogni due per tre?

Ogni due per tre?

Prosegua.

Con: “Dove ha lasciato i vestiti?”

Sì.

彼は彼の服を残しどこ?

クローゼットの中。

Allora?

Nel … non mi ricordo come si traduce … nel posto ….

In un buco?

No.

In una radura?

Macché. Non mi viene la parola.

Andiamo bene. Sotto un albero, nel bosco?

Non mi metta fretta ché mi confonde.

Non ho parole.

Eh, appunto. Aspetti, glielo richiedo. Posso?

Sì.

彼は彼の服を残しどこ?

私はクローゼットの中に服を残した。私はそれを言った。

Nello stipetto. Dice nello stipetto. Curòosetto vuol dire proprio stipetto. Ne sono sicura.

Vada avanti. Devo suggerirle ogni domanda. Lo stipetto di che, di dove? E le mutande?

Devo tradurre mutande?

Lei mi sta esasperando.

D’accordo, non si alteri, la prego. 彼はすべての彼の服を残しどこ?とパンツ?そのクローゼットの中?

今朝、毎週土曜日の朝のように、私は非常に初期の温泉浅草観音に行きました。アドレスは次のとおりです。2-7-26浅草台東区。あなたが電話を予約したい場合は、次のとおりです 3844-4141 私は温泉浅草東京について話している そこに着くために私は。毎週土曜日の朝のように、取った銀座線と駅浅草に下って行った。それから私は、出口への標識に従った。私はいくつかの手順を作り、私が入った。それは、毎日オープンしています。水曜日にはありません。それは明確ですか?

Ha detto che questa mattina, come tutti i sabato mattina, si è recato, molto presto, all’Onsen Asakusa Kannon. L’indirizzo è 2-7-26 Asakusa, Daito-ku. Il telefono, se vogliamo prenotare è: 3844-4141. Intende l’Onsen Asakusa di Tokio. Per arrivarci ha preso, come tutti i sabato mattina, la Ginza Line, ed è sceso alla stazione Asakusa. Poi ha seguito le indicazioni per l’uscita. Ha fatto pochi passi ed è entrato. Ha precisato che è aperto tutti i giorni, tranne il mercoledì. Ha concluso con: “È tutto chiaro?”

Il signore sostiene che stamattina presto si trovava dove?

In un onsen, a Tokio.

Un che?

Un onsen, un bagno pubblico.

Ah, traduca per bene, altrimenti come facciamo a verbalizzare. Un bagno pubblico, ha detto? A Tokio?

A Tokio, esatto.

E gli hanno fatto togliere anche le mutande?

Assolutamente sì.

Guardi che stamattina presto non si trovava a Tokio ma, in località Guadamello vicino a Narni, Umbria, Italia.

Itaria, Roma.

No! Italia, Narni, Umbria.

Itaria, Pausini, Pavarotti!

Ma che cazzo dice?

Non sia ostile. Si ricordi che l’ospitalità giapponese non ha paragoni in tutto il mondo. È un atteggiamento naturale che ha origine nelle tradizioni più antiche del paese.

Itaria! Fericità!

静かに! Negli onsen – bagni pubblici come vuole che si dica – non si indossa il costume da bagno, in base alla radicata convinzione che tutto ciò che non sia il corpo nudo, sporchi l’acqua. I clienti degli onsen generalmente portano con loro un piccolo asciugamano che usano soprattutto quando percorrono la strada che separa i lavatoi dai bagni. Riguardo all’indossarlo, quando si è in acqua, si pone lo stesso problema dei costumi da bagno. È quindi d’abitudine lasciarlo a bordo vasca, quando ci si immerge. Così deve aver fatto il nostro amico. E poi, la condivisione della nudità – si chiama hadaka no tsukiai …

Hakada …

No: hadaka no tsukiai.

Hadaka no tsukiai.

Bravo.

Vada avanti.

Dicevo: l’intimità fisica è un’importante forma di comunicazione, un modo rispettoso per dimostrare di non avere niente da nascondere e, nel contempo, consente di rivelare il proprio autentico essere davanti agli altri. Non è affatto raro sa, che i meeting aziendali vengano organizzati all’interno dei bagni pubblici, e che i dipendenti più giovani lavino la schiena ai propri superiori, favorendo così la cementificazione delle relazioni.

A Tokio.

Mmm, mmmm, a Tokio e in tutto il Giappone.

Lei mi rende nervoso. Gli chieda di esibire i documenti.

Non può. Li ha lasciati nello stipetto. E dove, altrimenti?

Sì, ma, Toshiro Mifune, qui, l’hanno trovato stamattina, più o meno alle otto, fra Guadamello e San Vito. E come c’è arrivato? Col teletrasporto?

È un’ipotesi interessante.

Mi prende per il culo?

Guardi: sa cosa le dico? Io un bagno con lei non lo farei mai.

Ah, perché: sono misti?

La maggior parte.

Io, invece … perché no? Non credo sfigurerei.

Oddio, i luoghi comuni no, eh?

Beh, se tanto mi da tanto …

最寄りの地下鉄の駅はどこですか?

Cosa dice?

Ha chiesto dov’è la stazione della metropolitana più vicina. Deve aver perso l’orientamento.

E ci credo. Oggi non è giornata, non è giornata.

Cosa gli dico?

Gli chieda cosa ci faceva nudo nel bosco.

Scusi, non vorrei mancarle di rispetto ma, credo pensi di trovarsi ancora a Tokio. Altrimenti non avrebbe parlato di metropolitana.

私はクローゼットの中に私の服を取るために行くことができますか?

E daje con ‘sto curòozetto!

Visto?

Cosa?

Chiede di poter riprendere i suoi abiti nello stipetto.

A Tokio?

Tokio. Tokio! あなたが望むなら、私はあなたの背中を洗うことができます。

Traduca.

Dice che, se vuole, può lavarle la schiena.

A chi?

A lei.

La schiena?

Sì. Se si spoglia, mette le sue cose nello stipetto, si purifica per bene secondo il rituale del furo lui, poi, le lava la schiena.

Ha detto tutto questo?

No, la storia del furo l’ho aggiunta io.

Cosa sta facendo?

Stia zitto per favore.

Nuvole di fiori:

il suono della campana arriva

da Ueno o da Asakusa.

Ha detto Asakusa, la stazione del metrò. Cosa vuol dire?

Sshhh!

Affaticato

mentre cerco albergo,

mi scopro sotto i fiori di glicine.

È la sua anima che parla. Lei non può capire.

Ci provi.

Sono diciassette sillabe. Non una di più, non una di meno. Leggere come una carezza. È uno haiku. Gioielli impensabili per la vostra cultura.

Mi scopro sotto i fiori di glicine.” Mi scopro … mi trovo ma, anche … mi denudo … Andiamo! Lasciamoci guidare. Torniamo nel bosco dove l’abbiamo trovato, vicino al laghetto. Forse capiremo.

Perdoni se poco fa le ho detto che non farei mai un bagno con lei.

Non importa. Faremo come fa lui. È sabato mattina, no?

Arigatō.

Di nulla. Andiamo.

 

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